“Pos vezem de novel florir”

Sin da bambina ho sempre avuto una grande passione per le storie di dame eleganti e raffinate e di cavalieri che sconfiggono draghi feroci in terre e in epoche lontane dalle mie. Per me Medioevo è sempre stato sinonimo di fascino, mistero, storie da scoprire e da amare. I libri che prendevo in prestito nella biblioteca locale trattavano tutti di questa epoca ed erano per me fonte di grande gioia e intrattenimento.

Non potevo, quindi, non innamorarmi della storia medievale e della filologia romanza durante il mio percorso universitario. Amore che ho riversato nelle mie due tesi di laurea. La prima sul Tristan di Thomas e la seconda sui generi della lirica trobadorica. Due tesi alle quali ho lavorato con grande passione e spirito e delle quali, molto modestamente, vado orgogliosa.

Oggi ho deciso di condividere una lirica che ho tradotto e analizzato nella mia tesi magistrale. Il suo autore è Guglielmo IX duca d’Aquitania. Colui che, secondo la tradizione, è il padre fondatore della lirica trobadorica.

Un trovatore “bifronte”, secondo Pio Rajna, che ha trattato il tema dell’amore in maniera elegante e allo stesso tempo in maniera “spinta” (per i parametri dell’epoca il linguaggio di Guglielmo in alcuni suoi componimenti poteva anche essere volgare).

La lirica riportata è “Pos vezem de novel florir”, all’interno della quale canta l’amore, non come sentimento mirato ad una donna ben precisa, ma come una specifica norma di comportamento.

I.

Pos vezem de novel florir

pratz, e vergiers reverdezir,

rius e fontanas esclarzir,

auras e vens,

ben deu chascus lo joi jauzir

don es jauzens.

II.

D’amor non dei dire mas be.

Quar no·n ai ni petit ni re?

Quar ben leu plus no m’en cove!

Pero leumens

Dona gran joi qui be·n mante

Los aizimens.

III.

A totz jorns m’es pres enaisi

c’anc d’aquo c’amei no·m jauzi;

ni o farai, ni anc non o fi;

c’az essiens

fauc, maintas ves que·l cor me ditz:

 “Tot es niens”.

IV.

Per tal n’ai meins de bon saber

quar vueill so que non puesc aver,

e si·l reprovers me ditz ver

certanamens:

“A bon coratge bon poder”,

qui·s ben sufrens.

V.

Ja no sera nuils hom ben fis

contr’amor, si non l’es aclis,

et als estranhs et als vezis

non es consens,

et a totz sels d’aicels aizis

obediens.

VI.

Obediensa deu portar

a maintas gens, qui vol amar;

e cove li que sapcha far

faitz avinens

e que·s gart en cort de parlar

vilanamens.

VII.

Del vers vos dic que mais ne vau

qui be l’enten, e n’a plus lau:

que·ls motz son faitz tug per egau

comunalmens,

e·l son, et ieu meteus m’en lau,

bos e valens.

VIII.

A Narbona, mas ieu no·i vau,

sia·l prezens

mos vers, e vueill que d’aquest lau

me sia guirens.

IX.

Mon Esteve, mas ieu no·i vau,

sia·l prezens

mos vers, e vueill que d’aquest lau

me sia guirens.

In questa canzone, genere che per eccellenza canta l’amore, il poeta con un “esordio naturale” fa un confronto tra la sua condizione di uomo innamorato e la natura che rinasce in tutta la sua bellezza. Così come la natura si risveglia allora si deve risvegliare nell’uomo la passione che prova nei confronti della donna amata. Tutti hanno il diritto di godere dei benefici di amore. Tutti, tranne lui. Perché non ne è degno: non è stato in grado di rispettare i comandamenti di amore. Gli unici che quindi possono godere di Amore e dei suoi benefici sono i fins amadors (i fedeli di amore) che sono sottomessi ad Amore e rispettosi e obbedienti nei confronti degli altri membri della cerchia. La relazione con la donna amata viene descritta con gli stessi termini usati per parlare del rapporto che intercorre tra il vassallo ed il suo signore.

Le canzoni della lirica trobadorica, così come i sirventesi, le tenzoni, le albas e le pastorelle, sono fonte di conoscenza del codice morale e amoroso di un’epoca che da molti viene considerata, erroneamente, buia. Sono componimenti che permettono al lettore di poter entrare nel fantastico mondo dei trovatori e delle loro relazioni, dei loro sentimenti messi nero su bianco.

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